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Froci e femminismo

Pubblicato: 21 gennaio 2019 in Uncategorized

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Alcune riflessioni sul fatto di definirsi come “frocio”.
Sul rapporto ai femminismi, soprattutto le questioni legate allo
statuto/posizione sociale, alla legittimità e allo spazio occupato negli
ambienti e lotte femministe.
Ma anche, piu in generale, alcune riflessioni sui legami che esistono
tra una condizione/posizione sociale e delle idee politiche e su come
sia possibile e/o pertinente lottare da una posizione di dominante.

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Questa raccolta di testi transfemministi vuole essere un punto di partenza per lanciare una serie di riflessioni che emergono dall’intrecciarsi tra esperienza trans e femminismo. Potremmo definire il transfemminismo come una corrente del femminismo prodotta dalle persone trans, sulla base della constatazione che le nostre esperienze dell’identità, dei ruoli di genere e del sessismo possono essere contributi importanti e gettare nuova luce sulle questioni che da sempre interessano la lotta all’etero-patriarcato.

Proprio come le donne non bianche, con le diverse espressioni del femminismo non occidentale (femminismo nero, chicano, postcoloniale ecc.) hanno contributo ad arricchire il femminismo con le loro analisi di come si intrecciano i meccanismi del genere, la costruzione della “razza” e la condizione socio-economica, smascherando la presunta universalità del femminismo (bianco borghese), oggi il transfemminismo pone nuove sfide ad alcuni degli assunti di base del femminismo, costringendo ancora una volta quest’ultimo a fare i conti con le voci che erano finora rimaste marginalizzate dalla narrazione dominante.

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Il CPR di Ponte Galeria, entrato in funzione a settembre del
1999, attualmente è l’unico in Italia a recludere donne senza
documenti. Da quando la sezione maschile è stata chiusa a
seguito della rivolta dei reclusi nel dicembre 2015, sebbene
gli appalti per la ricostruzione siano stati assegnati, i lavori
sembrano attualmente fermi.
Ci teniamo a specificare che quanto diremo è il risultato della
nostra esperienza derivante dai contatti avuti con alcune
detenute e dal nostro percorso di riflessione, e non è nostro
intento assolutizzarla.

 

Indice:
-Introduzione
-Daspo urbano e sex work
-La costruzione mediatica della figura del e della migrante
-Alcuni ostacoli all’organizzazione collettiva delle recluse
-Tentativi di contatto e solidarietà con le recluse
-Conclusione

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Perchè un bollettino specifico sulle persone trans e queer prigioniere?

Nel 2016 il prigioniero trans anarchico Marius Mason ha proposto una giornata annuale e internazionale di solidarietà ai/le prigionierx trans. Ogni 22 gennaio le persone e i gruppi che vogliono esprimere solidarietà possono organizzare una serata benefit, distribuire volantini o scrivere una lettera a una delle persone in carcere. Vi sono storie che meritano di essere raccontate e persone che meritano di essere supportate per la loro lotta. Quello che Marius ha lanciato è uno spunto, ma ovviamente la solidarietà non deve necessariamente limitarsi a una giornata all’anno. Ho ritenuto importante raccogliere le storie più significative di alcune persone trans e queer in carcere, alcune delle quali si riconoscono nelle idee anarchiche, mentre altre si trovano incarcerate per essersi difese dalla violenza transfobica o omofoba contrattaccando. In molti dei loro casi, sulla loro stessa pelle, è evidente l’intrecciarsi delle oppressioni razziali e di classe con quelle di genere.

La bussola nel caos

Pubblicato: 23 novembre 2018 in Uncategorized

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La bussola nel caos è una fanzine partecipativa di ispirazione antipsichiatrica, ideata per avere uno strumento per navigare attraverso le crisi, i brutti periodi, o anche solo le difficoltà che capitano a tutt*.
E’ un piccolo tentativo di empowerment ed autonomia nella gestione psico-emozionale, per andare oltre alla delega e alla patologizzazione, ma soprattutto per riflettere su di sé, sul concetto di cura, su che vuol dire stare bene al di là di cosa è considerato “sano” o “normale”. E’ un invito concreto a liberarci tra di noi e liberare il mondo che ci circonda, perché anche la cura è una questione politica.

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Con questo testo si vorrebbe inaugurare un ragionamento: che cos’è la cultura della monogamia? Come funziona, che effetti ha sulla società in cui viviamo, sulle nostre vite e sulle nostre identità?
Si vorrebbe identificare e discutere i problemi che da questa cultura scaturiscono, collegarla ai processi economici che la determinano e proporre alternative economiche e relazionali che tendano alla costruzione di relazioni più libere, coscienti, responsabili: un ottimo inizio per andare verso il superamento del sistema patriarcale capitalista.

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In reazione all’utilizzo sempre più significativo delle espressioni «sentirsi safe» e «spazio safe» negli ambienti femministi e/o transfrocilesbo e queer, francesi ma non solo, questo contributo cerca di interrogare il loro significato politico.

“La volontà di condividere queste riflessioni è uno dei motivi che ci ha spinti a scrivere questo testo, che vorremmo potesse essere un apporto alle discussioni che ci piacerebbe avere in questi giri.”
“Abbiamo constatato che quando viene utilizzato il termine -safe- non si intende per forza la stessa cosa, e che questi significati diversi che si danno alla parola implicano anche visioni politiche diverse, che non sono però esplicitate. Abbiamo quindi avuto voglia di rendere visibile e di analizzare l’ambiguità che esiste rispetto al termine safe. E anche di soffermarci sulle implicazioni politiche che conseguono ai differenti usi della parola.”